Il Dissesto idrogeologico: l’Italia è un territorio fragile

Il territorio italiano, a causa delle sue caratteristiche geologiche, morfologiche e idrografiche, è naturalmente predisposto a fenomeni di dissesto quali frane e alluvioni. L’azione dell’uomo, spesso sconsiderata, altera il territorio contribuendo ad aggravare la situazione. Soltanto negli ultimi anni in Italia è cresciuta la consapevolezza che non basta intervenire dopo che si sono verificati i fenomeni. Bisogna infatti prevenire il rischio di dissesto idrogeologico con interventi adeguati, a partire da studi come il Rapporto 2015 su “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio”, pubblicato dall’Ispra.

Il dissesto idrogeologico è una forma di degrado ambientale relativa al suolo o agli strati rocciosi superficiali, prodotta dall’azione delle acque che scorrono in superficie. I fenomeni di dissesto più diffusi sono frane e alluvioni, che si concentrano in territori geologicamente giovani, costituiti da rocce sedimentarie poco consistenti, spoglie o rivestite di una vegetazione insufficiente. Queste condizioni caratterizzano molte aree del territorio italiano, collocate soprattutto lungo la dorsale appenninica e nella fascia prealpina. La nostra penisola è quindi particolarmente soggetta al dissesto idrogeologico: circa il 60% del suo territorio è interessato dal rischio di frane o di esondazioni dei corsi d’acqua.

Le cause del dissesto idrogeologico.

Il dissesto idrogeologico deriva dall’azione combinata di più fattori naturali: un territorio con una struttura geomorfologica giovane e instabile, la presenza di rocce friabili e impermeabili, che favoriscono lo scorrimento in superficie dell’acqua piovana, e un clima in cui lunghi periodi di siccità si alternano a precipitazioni intense e concentrate nel tempo.Nella maggior parte dei casi, tuttavia, l’azione dell’uomo contribuisce notevolmente ad aggravare gli effetti di frane e alluvioni, o addirittura ad attivare questi fenomeni. Ciò accade, per esempio, attraverso il disboscamento di interi versanti, che espone il suolo all’azione diretta dell’acqua piovana. Oppure con l’abbandono dei terrazzamenti agricoli, che per secoli hanno protetto i versanti montuosi, e l’utilizzo di monocolture intensive, che modificano la conformazione del territorio. Altre azioni antropiche più dirette sono: la costruzione di strade e grandi opere come viadotti, ponti e dighe, che “tagliano” i versanti; il prelievo eccessivo di sabbie e ghiaie dall’alveo dei fiumi, che fa aumentare la velocità della corrente; la costruzione di argini artificiali, che fanno diminuire la sezione dei corsi d’acqua; la costruzione di edifici negli alvei o a ridosso degli argini.

La situazione in Italia

In Italia spesso si interviene soltanto dopo che si sono verificati i fenomeni di dissesto, cercando di contrastare le frane già in atto con la costruzione di manufatti o sistemi di drenaggio delle acque superficiali, e le esondazioni con argini più alti e bacini di contenimento. Quello che manca, nella maggior parte dei casi, è la volontà di prevenire i rischi, attraverso una sistemazione dei versanti utile a impedire a questi fenomeni di verificarsi o, quanto meno, a contenere i possibili danni. Questa prevenzione, certamente più efficace, richiede però un’attenta sistemazione idraulica delle aree a rischio, da attuarsi dopo un adeguato studio idrogeologico dei bacini in cui tali fenomeni si verificano più di frequente.

Un’importante pubblicazione dell’Ispra è il Rapporto 2015 su “Dissesto idrogeologico in Italia: pericolosità e indicatori di rischio”: esso fornisce un quadro completo e aggiornato sui vari tipi di degrado ambientale, con particolare attenzione a frane, alluvioni ed erosione costiera. Il Rapporto contiene inoltre gli indicatori di rischio frane e alluvioni relativi a popolazione, imprese, beni culturali e superfici artificiali esposti al rischio, cui è possibile accedere in forma interattiva. Questi elementi risultano fondamentali per programmare gli interventi finalizzati alla mitigazione del rischio.Il Rapporto 2015 si completa attraverso due carte tematiche dettagliate che descrivono, comune per comune, la percentuale di popolazione soggetta al rischio frane (Carta della popolazione a rischio frane in Italia) e al rischio alluvioni (Carta della popolazione a rischio alluvioni in Italia).

Mitigazione del rischio idrogeologico

La mitigazione del rischio connesso aldissesto idrogeologico si attua attraverso azioni finalizzate alla moderazione o riduzione delle perdite e dei danni mediante il controllo del processo e/o la protezione degli elementi esposti (cfr: valore esposto), riducendone la vulnerabilità.

Le possibili azioni dipendono dalle caratteristiche del fenomeno, ovvero dalla velocità, magnitudo o intensità, estensione etc., e dalla possibilità di prevenirlo. La prevenzione di un rischio geologico consiste nel prevedere o conoscere in anticipo il verificarsi di un fenomeno, ovvero riferendosi al luogo e al tempo o quanto meno al luogo con lo scopo di evitare, “rallentare” e proteggersi dal fenomeno. La prevenzione si basa quindi sulla conoscenza delle caratteristiche del fenomeno, sull’analisi dei dati pregressi del fenomeno, sulle osservazioni e indagini di dettaglio e sul monitoraggio dei fenomeni precursori legati al fenomeno. E’ possibile quindi conoscere le aree dove operano o agiranno i fenomeni (processi geologici) come ad esempio le aree sismiche, vulcaniche, franose etc. Tuttavia vi sono fenomeni che non sono prevedibili nel tempo, né si possono evitare o controllare come i terremoti o i grandi scivolamenti (DGPV deformazioni gravitative profonde di versante); in tal caso si può solo agire attenuandone gli effetti.

Le azioni che possono essere messe in campo sono dette misure preventive e si suddividono in “misure strutturali” e “misure non strutturali”.

Le misure non strutturali si basano sul riordino dell’uso del territorio e sono generalmente a basso costo. Tali misure sono particolarmente efficaci in aree di nuovo o recente sviluppo dove le modificazioni antropiche del territorio non hanno ancora causato significativi condizionamenti dell’uso del territorio.

Ad esempio in aree soggette a fenomeni di grande magnitudo o intensità occorrerà effettuare azioni che riguarderanno la proibizione o la restrizione dell’utilizzo di tali aree ad elevata pericolosità. Per identificare tali zone è necessario effettuare un’azione di pianificazione territoriale e riordino del territorio realizzando “carte di suscettività, di pericolosità, di vulnerabilità e del rischio” in cui il territorio viene suddiviso sulla base del grado di pericolo potenziale.

Le misure strutturali si esplicano attraverso la realizzazione di opere o azioni per controllare i processi quali ad esempio drenaggi, muri per contrastare fenomeni franosi, opere idrauliche (ad es. briglie) per evitare inondazioni, edifici correttamente progettati in aree sismiche, ponti e dighe progettati correttamente alla massima potata di piena prevedibile, opere di deviazione o contenimento ad esempio le casse di espansione nel caso di inondazioni  etc.

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